Noi e il Mediterraneo

4 aprile 2015

Noi e il Mediterraneo

NoiMediterraneo

L’Università Islamica d’Italia con la sua sede principale a Lecce si pensa ambiziosamente come una università del Mediterraneo. Pensarsi come università del Mediterraneo vuol dire anche pensarsi come università europea, se è vero, come diceva Hegel, che non si può dare un’Europa senza il mare, e il mare europeo par excellence è il Mediterraneo. La mediterraneità si contraddistingue per la sua medietas, il suo carattere di confluenza che è intessuta al contempo di senso di unità e di identità, di diversità e di differenze, di opposizioni e di complementarietà. La storia del Mediterraneo è la storia degli imperi e delle civiltà, che si sono succeduti e degli scambi commerciali: una storia non solo geografica, ma anche politica, culturale, economica e sociale. Una storia, evidentemente, ancora attuale.
L’identità marittima è una identità per sua natura intrinsecamente mobile, dinamica: una identità migrante, ibrida, complessa, come ha detto Edgar Morin una identità “non lineare”, o come direbbe Franco Cassano una identità “meridiana”. Un’identità (sot)tesa tra mare e continente e quindi tra la liquidità dell’acqua e la solidità continentale, tra la fluidità marina e la fermezza tellurica, una identità che si muove tra memorie e dimenticanze, in perenne (dis)equilibrio tra ricordo e oblio. Una identità ulissiaca, nomadica e composita, quanto il sabir, la perduta lingua franca mediterranea, un idioma pidgin fatto di genovese, veneziano e siciliano, di spagnolo e catalano, di occitano, di greco, di arabo, turco, ebraico e berbero. Una realtà insieme peninsulare e insulare: organica “unità della diversità” (Ivano Spano), un ponte tra Nord e Sud.
Questa complessità intrinseca del Mediterraneo viene oggi semplificata a una visione talassocratica, di pulizia politica del mare, di controllo e di potere: le operazioni Mare nostrum e Triton di Frontex che, pur avendo meritoriamente contribuito a salvare la vita a molti migranti, anziché favorire una coesione culturale dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, hanno sclerotizzato e ridotto il tutto a un problema militare e di sicurezza pubblica, spesso considerando il problema come di esclusiva pertinenza dell’Italia e non già del sistema, ossia dell’Europa.
La sussunzione del mito di Europa e l’europeizzazione del cristianesimo/cristianizzazione dell’Europa (in autori come Benedetto Croce o Giovanni Reale) elidono da una parte la preistoria pagana, dall’altra gli scambi tra i tre monoteismi. Giova ricordare che secondo il mito, Europa era la figlia del re di Tiro, Agenore: l’identità semitica e l’identità indoeuropea sono quindi destinate a incontrarsi. Europa è ibrida fin dall’inizio, nascendo dalla fusione tra una donna e un toro, un essere umano e un essere divino (Zeus/Giove). L’atto della concezione è la traversata del Mediterraneo, il valicare la realtà terranea (e peninsulare) per approdare in una realtà insulare (l’isola di Creta), maternamente circondata dal mare.
Occorre ripensare il Mediterraneo non come confine, demarcazione o frontiera. Fatema Mernissi ci ricorda che suo padre vedeva il Mediterraneo come il confine, l’emblema dei confini, l’ipostasi degli hudud: “non era un caso che Allàh, creando la terra, avesse separato uomini e donne, e avesse messo un mare a dividere cristiani e musulmani”. Piuttosto che delimitazione o concetto chiuso, il Mediterraneo dovrebbe essere pensato come concetto circolare, continuamente rimandante all’altro come parte di sè: non si può pensare al mare senza le terre attorno che abbracciandolo lo definiscono, come non si può pensare alle terre senza pensare al mare su cui si affacciano e si rispecchiano. È questa continua circolarità, quest’apertura che si insegue continuamente cercando di concludersi/chiudersi, che hanno fatto del Mediterraneo un “laboratorio di lunga durata” (Maria-Àngels Roque)
Secondo Edgar Morin, il Mediterraneo è lo spazio dell’utopia, della solidarietà e del dialogo. Come enfatizzato da Franco Cassano, l’identità mediterranea, infatti, rifugge da integralismi, assolutismi e letture semplificatrici. Non può venire imprigionata da teorie egemoniche o totalitarie/totalizzanti: è una realtà indisponibile, irriducibile, in appropriabile, in quanto culla e nutrice delle comunità e in quanto bene comune. Occorre dunque riscoprire il Mediterraneo come communitas. Franco Fornari ci ha però avvertito nel “Minotauro” sull’ambiguità dell’etimologia della parola “comune”: “cum munus” ossia dono, ricompensa, donalità, ma anche “cum moenia”, rimandante alle barriere, ai baluardi e quindi alla circoscrizione e alla chiusura.
Il Mediterraneo è stato per secoli il luogo degli incontri, il luogo della contaminazione: il luogo del non luogo dove l’ospitalità, nella sua paradossalità e impossibilità, diventa possibile (Jacques Derrida). “Un complesso di mari” (Fernand Braudel), un mare complesso, policromo, polifonico, polimorfo, poliverso, plurale. L’Università Islamica d’Italia con la sua sede principale a Lecce può, per la sua particolare posizione geografica, per la sua storia, rendere feconde queste geo-stratificazioni e questi geo-simbolismi: in questo momento, un’operazione più che mai necessaria e imprescindibile.

 

a cura di

Nicola abdulRahman Bragazzi